La follia
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Introduzione


Nell'antichità fu Platone il primo a rilevare la maniacalità del temperamento artistico, il "divino furore" che ispira i poeti e i veggenti. Soltanto nel primo Rinascimento però si diffuse l'idea dell'artista matto, che ancora oggi aleggia nell'immaginario popolare.
Platone distingueva tra pazzia clinica e pazzia creativa, l'ispirato furore da cui sono posseduti veggenti e poeti. Più tardi anche gli artisti furono ammessi nella cerchia dei creatori ispirati. L'Alberti, fin dal 1436, suggeriva nel suo trattato "Della pittura" che l'artista poteva ben considerarsi quasi un secondo Iddio, alter Deus, e che dovesse essere separato dalle schiere della gente "normale".
Già Platone sosteneva che l'anima, che cerca di afferrare per mezzo dei sensi quanto può della bellezza e dell'armonia divina, è rapita da una divina frenesia. Platone chiama amore celeste l'inesprimibile desiderio che ci spinge a riconoscere la bellezza divina. La vista di un bel corpo suscita l'ardente bramosia della bellezza divina, e quindi le persone ispirate sono tratte a uno stato di divina follia.
Salome
Dopo di allora l'idea che i veri artisti creassero in preda a una sorta di ispirata pazzia fu assai dibattuta, e largamente accettata.
Nel corso dell'Ottocento una scuola di psicologi professionali (Moreau, Lombroso, Moebius) aveva messo in correlazione le psicosi e l'attività artistica.
Anche Proust sosteneva che "quanto c'è al mondo di grande, è opera di nevrotici. Essi soli hanno fondato le religioni, e dato vita ai nostri capolavori".
La maggioranza riteneva quindi che il talento artistico fosse concesso a un uomo a spese del suo equilibrio emotivo. Ma psichiatri moderni sostenevano il principio che "la psicosi non è mai produttiva di per sé… la mente umana soltanto può essere creativa, e non già un'infermità della mente stessa".
L'idea dell'artista pazzo è però una realtà storica. La parola "pazzo" aveva, come ha ancora nel discorso comune, varie sfumature di significato. Pazzia può significare follia, stravaganza, eccentricità. Ma Michelangelo non voleva certamente dire d'essere demente in senso clinico, quando si dava del "pazzo". Abbiamo già rilevato che prima dell'Ottocento non c'è praticamente scrittore che considerasse l'insanità mentale come una concomitante del genio. Infine, nel ritornello dell'artista matto è implicita "un'immagine mitica dell'uomo che crea: ispirato, ribelle, ossessivamente dedito al suo lavoro, estraniato da tutti e altresì nevrotico" (William Phillips). Questa immagine dell'artista matto, sorta nel Rinascimento quando gli artisti conquistarono con la lotta un posto particolare nella società, e che aleggia ancora nell'anima popolare, è perciò composta di molti elementi eterogenei, e non si riduce alla convinzione che il genio sia malato di mente.
Per riassumere, il problema della "pazzia degli artisti", visto nella sua prospettiva storica, ci pone a confronto di tre forme di pazzia intrinsecamente diverse:
  • la mania di Platone, la sacra follia dell'entusiasmo e dell'ispirazione
  • l'insanità e i disordini mentali di varia specie
  • qualcosa che allude vagamente a stravaganze di comportamento