La follia
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Opere tragiche e opere in prosa: l’altro Seneca
Le opere tragiche sono il capovolgimento di quelle in prosa: il furor schiaccia la ratio, la follia prevale.
"Se nelle tragedie si compiaceva di sfidare gli abissi delle passioni, contemporaneamente Seneca compiva il più profondo riesame di tutte le sue posizioni spirituali, in forma di seducente confessione e ammonizione a un tempo, nelle 124 Epistole a Lucilio, […] capolavoro della filosofia e della prosa senecane" (E. Paratore).
La ripresa nelle tragedie, di temi e motivi rilevanti delle opere filosofiche in prosa, rende evidente una consonanza di fondo fra i due settori della produzione senecana e ha alimentato la convinzione che il teatro senecano non sia che un’illustrazione, sottoforma di exempla forniti dal mito, della dottrina stoica. L’analogia però non va troppo accentuata, sia perché resta forte nelle tragedie la matrice specificatamente letteraria, sia perché, nell’universo tragico, il Logos, il principio razionale cui la dottrina stoica affida il governo del mondo, si rivela incapace di frenare le passioni e arginare il dilagare del male.
Ma come si possono spiegare e giustificare queste tragedie così sovraccariche di macabro, nel quadro delle convinzioni filosofiche e morali di Seneca?
  • nelle tragedie l’autore, propugnatore della via razionale alla saggezza, mostrerebbe ai lettori l’orrore indicibile a cui conduce l’abbandono di quella via quando si è trascinati da tutto ciò che razionale non è, da passioni come la vendetta ("Thyestes"), la gelosia ("Medea"), l’eros ("Fedra"): spinti da queste pulsioni irrefrenabili, gli uomini diventano veri mostri, superando ogni limite naturale
  • interpretazione politica: Seneca ha davanti ai suoi occhi non tanto il lettore in genere, ma un lettore in particolare, quel Nerone che da sovrano illuminato si è trasformato in un tiranno

Però quando ci si rivolge alla lettura dei testi, entrambe queste tesi risultano in un certo qual mondo inadeguate, lasciano la sensazione che per mezzo di esse non si giunga veramente a quello che è il nucleo emotivo e psicologico di queste opere: poiché nel descrivere gli orrori compiuti dalla follia umana si ha l’impressione che Seneca, piuttosto che condannare moralisticamente quelle azioni, si abbandoni in quel macabro mare di nefandezze con un’adesione sconcertante, come se ne fosse irresistibilmente attratto. Sembra quasi che Seneca, abbandonati i panni del moralista per quelli del poeta, si sia inconsciamente liberato degli obblighi morali nei confronti dei suoi destinatari, e abbia lasciato prorompere liberamente le sue paure, quelle di chi vede vacillare la sua fede stoica nella razionalità del mondo, del quale esprime invece una visione angosciosa e sgomenta, immersa in un cupo senso di colpa universale.
Seneca dunque mostrando il male dell’uomo per condannarlo, ne resta sopraffatto.